Dov’è la Sapienza che abbiamo perduto nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?
T. S. ELIOT
The Rock, Coro I, 1934
Fermati. Ora. Per un attimo. Cosa stavi pensando 4 secondi fa?
Probabilmente eri da tutt’altra parte: un video comico su TikTok, una notifica pubblicitaria, magari una tragedia geopolitica. Il punto è che in quei 4 secondi la tua mente ha già fatto un viaggio cognitivo che un tempo richiedeva giorni o settimane.
Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli che non lascia il tempo di capire, sentire o riflettere. Queste transizioni sono così rapide che la nostra mente non ha più lo spazio per elaborare, per entrare e uscire dai mondi che ci vengono presentati.
Ma cosa succede alla nostra coscienza quando i confini crollano?
Questo articolo è una rapidissima esplorazione del modo in cui la comunicazione tecnologica — dalla televisione all’intelligenza artificiale generativa — ha progressivamente eroso le soglie narrative che ci permettevano di abitare il mondo con coerenza. In altre parole: abbiamo perso le pause che davano ritmo e senso alla realtà.
Dall’interruzione al flusso digitale:
perché ci servono le soglie narrative?
La televisione è stato uno dei primi grandi media a ridefinire il nostro modo di percepire. Non tanto per i contenuti, ma per la forma stessa con cui li veicolava. Basti pensare a cosa accade quando un notiziario sull’emergenza climatica viene interrotto da uno spot di patatine, o quando una scena emotivamente intensa viene bruscamente seguita da una sigla musicale.
Non è solo fastidioso: è formativo.
Con il tempo, questi stacchi narrativi hanno abituato la nostra mente a una convivenza costante tra il drammatico e il banale, tra l’etico e il commerciale.
Il passaggio da un contenuto all’altro, senza soglie o contesti distinti, ha creato una cultura della discontinuità, in cui tutto può coesistere purché sia “intrattenente” o funzionale alla monetizzazione dell’attenzione.
Marshall McLuhan lo aveva previsto con il suo celebre “il medium è il messaggio”: ciò che ci forma non è tanto il contenuto, ma il modo in cui quel contenuto ci arriva.
E Neil Postman, in Amusing Ourselves to Death, mostrava come l’infotainment avesse già sostituito la riflessione con la distrazione.
La logica della discontinuità si è evoluta con l’avvento del digitale. Le soglie — quelle pause che segnalavano l’inizio o la fine di un discorso, di un’emozione, di una storia — si sono fatte sempre più impercettibili, fino quasi a scomparire.
Oggi non ci accorgiamo più del passaggio da un contenuto serio a uno ironico, da un articolo a una pubblicità, da una riflessione profonda a una call to action.
Il feed infinito dei social media — che si tratti di Instagram, TikTok o YouTube — è progettato proprio per generare questa fluidità apparente. Ma si tratta di una fluidità fittizia: in realtà, la nostra mente è costantemente sottoposta a bruschi cambi di registro che non riesce a metabolizzare. Il risultato? Perdita di contesto, stanchezza cognitiva, e soprattutto una crescente difficoltà a costruire un senso continuo e coerente della realtà.
Una narrazione standard, in qualsiasi forma si esprima, ha soglie ben definite: un inizio, uno svolgimento, una fine. I capitoli nei libri, le sigle nei programmi o i cambi di scena nel teatro, sono segnali cognitivi che ci aiutano a entrare e uscire da un mondo narrativo, a predisporci emotivamente e a costruire una mappa mentale.
Oggi queste soglie sono crollate. Ci ritroviamo esposti a un presente perenne e spezzettato, senza margini, senza cesure. E questa assenza ha delle conseguenze profonde: non solo sul piano cognitivo, ma anche su quello emotivo ed etico.
Non riusciamo più a elaborare ciò che vediamo, né a riconoscere ciò che è rilevante da ciò che è semplicemente virale. Passiamo da un contenuto all’altro come se nulla fosse, e finiamo per perdere la capacità stessa di dare un significato stabile a ciò che ci accade.
Un’ecologia narrativa vicina
al collasso?
Questo fenomeno può essere letto come una crisi ecologica della narrazione. Così come il cambiamento climatico altera gli equilibri naturali, il cambiamento mediale altera gli equilibri cognitivi e simbolici. Studiosi come Nicholas Carr (The Shallows) o Yves Citton (Pour une écologie de l’attention) hanno mostrato come l’ambiente mediale incida sulla nostra capacità di concentrazione, memoria e pensiero profondo.
Non siamo diventati più stupidi — ma siamo diventati più adattati a un ambiente che premia la reazione rapida invece della riflessione lenta.
E in questo ambiente, l’identità narrativa — cioè la storia coerente che raccontiamo su noi stessi — fatica a formarsi.
La mente, continuamente interrotta, non ha più spazi per costruire senso. Come ricorda anche Sherry Turkle in Alone Together, la “attenzione parziale continua” non ci rende presenti in più luoghi, ma assenti ovunque.
L’intelligenza artificiale generativa – come si dice – ci mette il carico e introduce una discontinuità ancora più radicale. Non si limita a trasmettere contenuti: li crea. E lo fa in tempo reale, in base ai nostri input, desideri, preferenze. Questo significa che ogni conversazione, ogni immagine, ogni risposta può essere generata senza contesto, senza inizio e senza fine. L’IA non racconta storie: frammenta racconti.
Non solo: l’interazione con modelli linguistici come ChatGPT può diventare una sequenza di prompt e risposte, ciascuna scollegata dalla precedente, senza un filo narrativo coerente. In questo scenario, l’erosione delle soglie non è più un effetto collaterale: è la norma.
Un recente studio del MIT, pubblicato il 10 giugno 2025, ha indagato gli effetti neurologici dell’interazione con i modelli linguistici generativi. I ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale di due gruppi di studenti universitari durante la scrittura di un testo: uno con l’ausilio di un LLM, l’altro senza.
I risultati sono sorprendenti: l’attività cerebrale complessiva del gruppo assistito era in media inferiore del 55%, soprattutto nelle aree legate al ragionamento e alla memoria.
Non si tratta, ovviamente, di un “danno” neurologico, ma di una forma di disimpegno cognitivo: se il modello ci suggerisce cosa scrivere, pensiamo di meno.
Questo suggerisce che l’IA non compromette la mente in sé, ma può impoverirla se utilizzata passivamente. Come ogni strumento potente, va dosata, gestita e soprattutto inserita in un contesto di consapevolezza critica.
La vera questione – evidentemente – non è demonizzare la tecnologia o tornare al passato. Piuttosto, si tratta di chiederci: quali soglie possiamo ancora costruire, ora che quelle culturali sono state smantellate?
Forse l’unica soglia che ci resta è quella interiore: la nostra capacità di fermarci, distinguere, riflettere. Di prendere tempo tra uno stimolo e una risposta, tra un contenuto e la sua assimilazione. Di ristabilire pause, rituali, gesti deliberati — veri e propri atti ecologici della mente.
In un’ecosistema sociale e culturale che premia la risultanza più rapida, riprendere in mano il senso di una pausa, di una virgola, di un’interruzione, di una dilazione (o diluizione) è un gesto sovversivo. E forse anche il primo passo per tornare a essere autori, e non semplici fruitori, delle nostre – e altrui – storie.
CREDITS
Questo testo è stato sviluppato in collaborazione con Gemini Advanced, e Chat GPT, due modelli linguistici di intelligenza artificiale.
Attraverso un processo di interazione e feedback reciproco, ho cercato di integrare le rispettive competenze, ovvero le mie “ispirazioni”, i miei concetti e le mie stringhe di testo poetiche, e le capacità di elaborazione di informazioni e di testo da parte di Gemini Advanced e Chat GPT4.0 per produrre un’analisi il più possibile completa soprattutto sulle IA che verranno.





