L’ispirazione e la rivelazione ai tempi dell’IA: tra memoria e calcolo, allusione e illusione.

Vedere è dimenticare il nome della cosa che si vede.
Paul Valéry¹

Questa affermazione di Valéry — da intendere non come rifiuto della conoscenza, ma come spostamento del suo regime, dal sapere concettuale all’esperienza percettiva — indica un punto decisivo: l’arte non coincide con l’accumulo di informazioni né con la loro applicazione corretta, ma nasce da un’esperienza di visione, in cui vedere non significa semplicemente osservare, ma riconoscere qualcosa che, magari solo poco tempo prima, non aveva ancora trovato posto nel campo della nostra attenzione.

La rivelazione, infatti, non coincide con l’evento in sé, ma con il momento in cui quell’evento viene riconosciuto come significativo, di rilievo.

Non è l’irruzione spettacolare di qualcosa di nuovo, ma l’improvvisa concessione di ascolto a ciò che già insisteva — magari da molto tempo — in una zona non sorvegliata del pensiero.
È un cambiamento di assetto più che di contenuto: qualcosa che c’era anche prima, ma inespressa, diventa finalmente udibile. Quante volte, infatti, di fronte a una di queste illuminazioni improvvise ci siamo poi detti: “ma come ho fatto a non accorgermene prima?”.

In questo senso, la rivelazione non aggiunge necessariamente informazioni ai fatti o ai pensieri: ne modifica la disposizione. Cambia il modo in cui qualcosa viene accolto, e dunque il modo in cui quella porzione di mondo ci appare.

Platone, nel Fedro, descrive l’ispirazione come una manía, una follia divina che sospende temporaneamente l’ordine razionale senza distruggerlo². Non si tratta di un’anti-ragione, ma di una condizione in cui la ragione smette di occupare tutto lo spazio intorno a sé. E, in quello stato, l’anima non “crea” dal nulla, ma piuttosto ricorda. L’ispirazione non produce, ma riporta alla luce.

La rivelazione è dunque un atto di anamnesi, non di invenzione. Qualcosa riaffiora perché, per un istante, noi non vi opponiamo resistenza.

Ma attenzione, perché quell’udienza non è un premio permanente, al contrario è una condizione transitoria: accade quando il soggetto smette di presidiare ogni passaggio, di tentare ogni controllo. Scompare – o meglio ri-scompare – proprio quando l’abbiamo afferrato. Questo carattere passivo — o meglio, recettivo — è ciò che rende l’ispirazione difficile da programmare e impossibile da garantire.

Ogni autentica ispirazione appare così come una risposta fuori tempo. Arriva prima che la domanda sia formulata con chiarezza, talvolta persino prima che il soggetto ammetta di averne una.

Rainer Maria Rilke insiste su questo punto nelle Lettere a un giovane poeta, quando invita a “vivere le domande” invece di pretendere risposte premature³.

Non è un invito alla passività, il suo, ma alla pazienza dell’esperienza: alcune risposte diventano intelligibili solo quando il tempo le ha rese necessarie. Questo vale oggi forse più che mai, in un contesto che privilegia la produzione immediata di soluzioni. La rivelazione, allora, non risolve il problema: ne rivela la necessità. Questo paradosso è particolarmente evidente nelle arti visive.

Paul Cézanne, ad esempio, ritornava ossessivamente sulla montagna Sainte-Victoire… Non per mancanza di soggetti: era piuttosto come se cercasse qualcosa che non sapeva ancora individuare, e tanto meno nominare⁴.

Ogni nuova tela di montagna non era così una variazione decorativa, ma un nuovo tentativo di udienza, e non significava povertà inventiva, ma piuttosto fedeltà estrema a una domanda che insisteva, evidentemente. Perché, quando il quadro – o un’opera in generale – “riesce” all’artista, non è perché la sua domanda ha trovato una soluzione, ma perché la forma stessa della domanda che sa riprodurre ha finalmente trovato il modo di reggerne il peso (e la durata).

Anche espressioni apparentemente vaghe che spesso ci accompagnano — come “chissà dove”, ad esempio — non indicano una mancanza di precisione, ma il nostro goffo tentativo di prefigurare un luogo che non è ancora localizzabile. Non si tratta di un altrove mistico ben definito, né di un semplice spazio interiore psicologico, ma di una zona intermedia in cui qualcosa insegue la sua propria forma pur senza averla ancora.

Aby Warburg – sofisticato storico dell’arte tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 – descrive questo luogo come Nachleben der Antike: una sopravvivenza delle forme, un deposito di immagini, gesti e strutture che continuano ad agire anche quando ne abbiamo dimenticato l’origine⁵.

L’ispirazione attinge a questo archivio impersonale, che non appartiene a nessuno e che, proprio per questo, resta disponibile per chiunque.

Lì – in quel preciso intervallo di senso – il passato non è mai definitivamente passato, e il presente non è mai del tutto autonomo. Ma andiamo un passo alla volta: questa idea di archivio — come vedremo — tanto cara alla semiotica, tornerà con forza più avanti nel discorso parlando di intelligenza artificiale.

L’artista come testimone,
non come autore

Se la rivelazione è una risposta a una domanda posta chissà dove da chissà chi e chissà quando, ne consegue che l’artista non è il produttore sovrano, ma piuttosto un semplice intermediario, anche se a suo modo privilegiato. Non è colui (o colei) che decide cosa dire, ma piuttosto colei (o colui) che si rende disponibile affinché questa domanda possa avere udienza, ancor prima che risposta.

Questa stessa idea attraversa del resto molta parte della cosiddetta modernità, da Mallarmé a Beckett⁶, dove l’autore decide attivamente di arretrare affinché la forma stessa possa emergere più liberamente. E non è una rinuncia all’autorialità, questa, ma una forma più pura di rigore: basta togliere sé stessi di mezzo quanto basta perché ciò che sotto “preme” possa farsi sentire con voce più limpida. Perché l’opera non è espressione di un IO, ma il luogo che questo IO attraversa in quel momento. Quando Paul Klee afferma che

l’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile

non indica allora un compito spettacolare o soprannaturale, né ne propone una definizione perentoria o sprezzante, ma allude piuttosto a un lavoro silenzioso e faticoso che non dà quasi mai i frutti sperati: rendere percepibili relazioni, tensioni e possibilità che lo sguardo ordinario attraversa senza fermarsi. L’artista non crea nuovi oggetti del mondo, ma un diverso assetto del vedere lo stesso mondo di prima. L’arte, in questo senso, non aggiunge porzioni più comprensibili di realtà, ma ne riorganizza piuttosto la leggibilità.

È a questo punto che emerge una questione formale che considero decisiva: quella della ridondanza. Se ciò che viene rivelato non è nuovo, ma se invece è una risposta antica che ritorna, allora la ripetizione stessa non è affatto un difetto, né una inutile reiterazione. 

È piuttosto un rischio necessario: ripetere può significare accudire, tornare più volte su ciò che conta per impedirne in realtà la consunzione. Cristina Campo ce lo ha mostrato con rigore estremo⁸. Nella sua scrittura, la ridondanza non è mai accumulazione, ma vigilanza. Tornare su una parola o su un’immagine non serve a chiarire, bensì a impedire che il senso venga esaurito troppo in fretta. È una forma di attenzione protratta.

Qui è utile però distinguere. Esiste una ridondanza del rumore, che insiste perché teme il silenzio, e una ridondanza dell’attenzione, che ritorna perché sa che ciò che conta non si lascia dire una volta sola. La vera economia dello stile non sta allora nella brevità, ma nell’accuratezza. Perché ripetere è artisticamente lecito solo quando ciò che ritorna non è identico, ma più “esposto”.

L’istante della rivelazione, contrariamente alla retorica che l’accompagna, non è quasi mai spettacolare. È un evento minimo, spesso silenzioso, che però riorienta l’intero campo della percezione. Franz Kafka è, in questo senso, un esempio paradigmatico. La sua scrittura non spiega: mostra e dimostra⁹. Una volta che quel mondo nuovo, da lui acceso, è stato visto, non può più essere ignorato. La rivelazione non aggiunge contenuti, ma modifica la disposizione del reale, e non illumina ciò che è oscuro: ci obbliga a guardarlo diversamente. È per questo che la riconosciamo non dall’enfasi, ma dall’inevitabilità. Come ha scritto Hannah Arendt, riflettendo sulla comprensione:

Comprendere non significa semplicemente spiegare, ma abitare ciò che è accaduto¹⁰.

La rivelazione, dunque, non tranquillizza, bensì espone: a uno sguardo più preciso, a una riflessione più lucida, a un’emozione più intensa, e infine alla sua stessa domanda di valore.

IA, archivi e...
assenza di attesa

È proprio sulla soglia di questo archivio — quel deposito di forme che Warburg immaginava carico di memoria e tensioni — che l’ingresso dell’intelligenza artificiale introduce la frattura più profonda. Una frattura che non riguarda soltanto la tecnica, ma lo statuto stesso dell’ispirazione: l’IA non attende rivelazioni, calcola possibilità. Non ascolta: correla¹¹.

Questa differenza non va letta in senso moralistico, opponendo una presunta profondità umana a una superficialità sintetica, ma va osservata come un radicale mutamento del rapporto con il tempo. Nei casi che abbiamo attraversato — da Platone a Rilke, fino all’ossessione di Cézanne — la rivelazione implicava sempre un’attesa, una resistenza, un attrito. La forma emergeva perché c’era un ostacolo a trattenerla.

I sistemi generativi, al contrario, sono macchine progettate per eliminare l’attrito. Operano in assenza di attesa, producendo output quasi immediati attraverso la combinazione di pattern esistenti¹², riconoscendo somiglianze statistiche là dove l’occhio umano cercava risonanze emotive.

In questo senso, è vero che anche l’IA lavora su un archivio impersonale, non lontano dal concetto di Nachleben di Warburg. Ma c’è una differenza decisiva nella natura di questo deposito.

L’archivio di Warburg era un luogo sismico, dove le immagini “sopravvivevano” come fantasmi pronti a riaffiorare solo se evocati da una necessità urgente. L’archivio dell’IA, invece, è una pianura illuminata a giorno. Non oppone resistenza. È una memoria che non insiste, ma si lascia interrogare docilmente, trasformandosi da enigma a repertorio. Ciò che prima tornava come presenza improvvisa, ora è richiamabile a comando.

Se torniamo allora all’idea dell’artista come testimone, vediamo che la testimonianza presupponeva sempre un rischio: quello di esporsi a qualcosa che non si controlla interamente.

In Kafka, il mondo mostrato non consola e, una volta visto, non può essere revocato. Nel flusso generativo dell’IA, invece, il rischio dell’esposizione svanisce: c’è solo la risposta esatta (o allucinata) a una richiesta precisa.

È qui che cambia anche il senso della ridondanza. In Cézanne o in Cristina Campo, la ripetizione custodiva una necessità, era un modo per non far morire il senso. Nell’accelerazione algoritmica, la ridondanza scivola pericolosamente verso il rumore: non perché i risultati siano esteticamente scadenti, ma perché non sono sottoposti alla prova del tempo. Nulla chiede davvero di tornare se tutto può essere rigenerato all’infinito.

Da qui nasce l’ipotesi che propongo: forse ciò che manca all’IA non è la creatività formale — spesso sorprendente — ma l’udienza a una domanda che noi stessi non avevamo ancora formulato, perché non avevamo il tempo o la facoltà di sostenerla.

L’intelligenza artificiale, dunque, non impoverisce l’ispirazione: paradossalmente la rende più esigente. In un mondo dove tutto può essere generato, il compito umano smette di essere quello di produrre forme per diventare quello di riconoscere — nel flusso ininterrotto del generabile — ciò che possiede davvero un percorso di senso.

Il ruolo umano si ridefinisce così come una funzione critica radicale: non più spiegare o accumulare, ma scegliere. La rivelazione non coincide più con la generazione dell’immagine, ma con il riconoscimento del suo valore.

Ed è forse qui che l’arte torna a essere ciò che Valéry aveva intravisto in apertura: non un sapere concettuale, ma un atto del vedere. Un vedere che, proprio perché non è più garantito dalla fatica della mano, resta raro. E per questo, oggi più che mai, necessario.

NOTE E FONTI BIBLIOGRAFICHE

¹ Paul Valéry, Cahiers, éd. J. Robinson-Valéry, Gallimard,  Bibliothèque de la Pléiade, Paris, 1973-1974, trad. dal francese dell’autore.

² Platone, Fedro, 244a–245a. Trad. it. Giovanni Reale, in Platone. Tutti gli scritti, Bompiani, Milano.

³ Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, lettera del 16 luglio 1903. Trad. it. Leone Traverso, Adelphi, Milano.

⁴ Joachim Gasquet, Cézanne, Bernheim-Jeune, Paris, 1921.

⁵ Aby Warburg, Gesammelte Schriften, vol. I–II, B.G. Teubner, Leipzig–Berlin, 1932; Der Bilderatlas Mnemosyne, a cura di Martin Warnke, Akademie Verlag, Berlin.

⁶ Stéphane Mallarmé, Crise de vers, in Divagations, Gallimard, Paris; Samuel Beckett, Three Dialogues with Georges Duthuit, 1949.

⁷ Paul Klee, Schöpferische Konfession (1920), trad. it. Confessione creatrice, in Confessione creatrice e altri scritti, Abscondita, Milano, 2004.

⁸ Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano; Il flauto e il tappeto, Adelphi, Milano.

⁹ Walter Benjamin, Franz Kafka. Per il decimo anniversario della sua morte, in Angelus Novus, Einaudi, Torino, 1962.

¹⁰ Hannah Arendt, La vita della mente, vol. I: Il pensare, Il Mulino, Bologna.

¹¹ Melanie Mitchell, Artificial Intelligence: A Guide for Thinking Humans, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2019.

¹² Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022.

CREDITS

Questo testo è stato sviluppato in collaborazione con Gemini Advanced e GPT-4, due modelli linguistici di intelligenza artificiale. Attraverso un processo di interazione e feedback reciproco, ho cercato di integrare le rispettive competenze, ovvero le mie “ispirazioni”, i miei concetti e le mie stringhe di testo poetiche, e le capacità di elaborazione di informazioni e di testo da parte di Gemini Advanced e GPT-4 per produrre un’analisi il più possibile completa soprattutto sulle IA che verranno.

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